“Lo Stato garantisce il diritto alla procreazione cosciente e responsabile, riconosce il valore sociale della maternità e tutela la vita umana dal suo inizio. L’interruzione volontaria della gravidanza, di cui alla presente legge, non è mezzo per il controllo delle nascite. Lo Stato, le regioni e gli enti locali, nell’ambito delle proprie funzioni e competenze, promuovono e sviluppano i servizi socio-sanitari, nonché altre iniziative necessarie per evitare che l’aborto sia usato ai fini della limitazione delle nascite”.
Quello riportato tra virgolette è il testo dell’art.1 della L.194/1978, dal titolo “Norme per la tutela sociale della maternità e sull’interruzione volontaria della gravidanza”, conosciuta come “legge sull’aborto”, di cui è ricorso il 22 maggio scorso il 47esimo anniversario dell’approvazione.
L’aborto, reso legale quale scelta necessitata per curare la salute delle donne (per sottrarle dagli aborti clandestini), pur non essendo riconosciuto come diritto dalla stessa legge 194 (ma come scriminante), ciò nondimeno l’attuazione della legge lo ha configurato come diritto, a prescindere dalla tutela della salute delle donne.
L’ennesima riprova la si è avuta con una circolare dell’allora Ministro Speranza, che ha autorizzato la somministrazione della RU 486 finanche nei Consultori familiari. Con ciò, violando palesemente la citata legge 194, che prescrive (art. 8) come l’aborto si debba effettuare in struttura ospedaliera, per evidenti ragioni di attenzione alla salute della donna.
Per di più, così operando viene ulteriormente privatizzato l’intervento abortivo, ad onta, pure qui, della legge 194, tra le cui ragioni fondanti, a detta dei suoi proponenti, emergeva invece la socializzazione dell’IVG, come dovrebbe essere, vista l’immensità della posta in gioco.
Ad avvalorare ulteriormente siffatta linea privatizzante, ci ha pensato pure l’Associazione “Luca Coscioni” attraverso la proposta “Aborto senza ricovero”, finalizzata a richiedere l’intervento delle Regioni affinché approvino procedure uniformi per l’aborto farmacologico per garantire a tutte le donne la possibilità di prendere il secondo farmaco a casa: quello che, inducendo le contrazioni, causa l’espulsione dell’embrione dall’utero, dopo che è stato distaccato dallo stesso con l’azione della prima pillola, dopo che si era già annidato nell’utero.
Nonostante i proclami dell’Associazione, è notorio come l’aborto farmacologico possa configurare una procedura intrinsecamente insicura e lunga, in quanto non è possibile sapere con certezza se, quando e in che modo avverrà la fase espulsiva del feto, come documentato dalla letteratura scientifica sul tema. E, ancora, è una “pratica” dolorosa, in quanto incide sia nel corpo che nella psiche della donna, e sempre drammatica, riguardando anche il corpo (e l’anima?) del figlio che già esiste.
Privatizzare non è sempre sinonimo di libertà, ma spesso determina isolamento e marginalizzazione.
Occorre pertanto tornare a rivendicare il ruolo sociale della maternità, come cita il titolo stesso della legge, sia quando si denunciano legittimamente le discriminazioni che le donne in gravidanza subiscono – ad esempio sul luogo di lavoro – sia quando si parla di aborto, perché non è e non può restare un problema solo della donna che lo richiede, ma di tutta la società.
È in gioco il valore della vita, dell’uomo, il futuro della società, il senso della storia. E’ in gioco la questione antropologica. A significare il bisogno di risposta alle domande fondamentali dell’esistenza, chi è l’uomo, quale il senso della sua vita, dell’amore, della malattia, della morte…
Dobbiamo ragionare insieme sulle condizioni culturali del cambiamento, sui punti che non possono essere abbandonati senza tradire i diritti dell’uomo, la dignità umana, il principio d’eguaglianza, la vera tutela della maternità.
Dobbiamo avviare un dialogo tra culture, affrontando la ragionevole domanda che si trova a monte: il concepito è o non è uno di noi? L’identità umana del concepito colloca la sua difesa nello spazio della laicità e acquista la forza attualissima del principio d’eguaglianza.
In questo quadro emerge come la legge 194 sia rimasta ancora inattuata nei primi articoli, mentre stravolto è il ricorso effettivo all’aborto (che nel 1978 veniva pubblicizzato come extrema ratio).
Vi è ancora tanto lavoro da fare su diversi fronti. A livello politico, lo Stato e gli enti locali promuovano davvero iniziative per evitare che l’aborto sia usato ai fini della limitazione delle nascite, sostenendo economicamente la vita nascente e le famiglie.
A livello culturale, mobilitando le coscienze anche attraverso pubbliche manifestazioni e, nel proprio quotidiano, gettando semi di vita, certi che da questi nasceranno rigogliosi vivai di speranza.
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