Pubblichiamo per gentile concessione del quotidiano “Avvenire”
Anche quest’anno il 10 maggio sfileremo per le vie di Roma per celebrare la bellezza della vita, di ogni vita, dal concepimento alla morte naturale. Quest’anno un incoraggiamento speciale ci viene dal messaggio per l’anno giubilare e dal documento della Cei per la Giornata nazionale per la Vita. «La speranza non illude e non delude, perché è fondata sulla certezza che niente e nessuno potrà mai separarci dall’amore divino»: questa è la forza con la quale guardare con coraggio al tempo storico che stiamo vivendo, carico di dolore e di sofferenze, ove il rifiuto della vita appare come un vicolo cieco, senza scampo, in Italia e nel mondo.
Anche gli ultimi dati sulla demografia nel nostro Paese confermano il drammatico trend della denatalità: in Italia non si fanno figli e ogni anno superiamo il tragico primato negativo dell’anno precedente. La stessa locuzione “inverno demografico” non è più adeguata per descrivere la realtà: siamo nel tempo della “glaciazione”. In una recente indagine demoscopica sulle ragioni di questa drammatica chiusura alla vita il 57% ha risposto “perché ci sono cose più importanti, il 44 “perché sono un ostacolo alla carriera e a interessi personali, il 36 “perché ci sono altri beni irrinunciabili”, il 38 “a causa delle condizioni del mondo e dell’ambiente in cui viviamo”; il 20 “per avversione personale verso i bimbi”. Le condizioni di carattere economico, che certamente ci sono, sembrano non costituire la prima causa nella scelta di non mettere al mondo un figlio. Sono cause seconde; la causa prima è la perdita, il mancato riconoscimento del grande valore di un figlio, della bellezza di una nuova vita, della gioia di essere protagonisti di una nuova esistenza. Il sano, umanissimo orgoglio di guardare negli occhi quel bimbo o quella bimba, mentre il cuore di mamma e papà batte forte.
Dunque, accanto a politiche economiche, assistenziali, finanziarie, lavorative di aiuto e sostegno alla famiglia, è indispensabile un radicale “new deal” culturale, che per noi cristiani significa una “nuova evangelizzazione”, sul valore fondamentale della vita. Valore intoccabile, non barattabile, che non può essere oggetto di contrattazioni politico-economiche, e che va sostenuto e difeso sempre, per chiunque, in ogni momento della vita.
È un’impresa ardua, che richiede tempi lunghi, perché si tratta di rifondare l’intero impianto culturale oggi imperante. Leggi che rendono disponibile la vita alla libera scelta personale – dall’aborto a eutanasia e suicidio assistito, dal commercio dei gameti alla selezione prenatale, dall’abbandono di deboli e profughi al respingimento dei minori non accompagnati – creano una cultura della normalizzazione di pratiche profondamente disumane, che una società civile dovrebbe condannare.
La legalizzazione di un’azione intrinsecamente malvagia è un “intervento di chirurgia estetica” che trasforma un male in bene. La coscienza viene anestetizzata e diventa incapace di discernere ciò che è male da ciò che è bene. Da qui il passo per diventare un “diritto” diventa una semplice formalità. Una riprova? Quando papa Francesco, con coraggiosa chiarezza, afferma che l’aborto è un omicidio il pensiero politicamente corretto ha un sussulto di disapprovazione e di condanna. Il diritto alla vita, a ogni età e di chiunque, è insopprimibile, e difenderlo è la pietra angolare su cui costruire una società davvero giusta, libera e in pace (vedi Preambolo della Dichiarazione universale dei Diritti umani).
Speranza e coraggio: due virtuosi strumenti per questo anno pieno di incognite. Un “anno di grazia del Signore”, un anno giubilare per annunciare e vivere la “verità che ci farà liberi”.
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